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PNRR e politiche attive del lavoro: perché (e come) rafforzare il legame tra scuola e azienda

In molti stanno parlando delle politiche attive del lavoro e della necessità di rivedere e di riorganizzare questo campo cruciale per il futuro del paese e dei nostri giovani utilizzando le risorse del PNRR. Anche l’ultimo bollettino Excelsior, pubblicato da Unioncamere e ANPAL, fa emergere un forte disallineamento tra la richiesta delle aziende e l’offerta e una difficoltà di reperimento intorno al 36%. La chiave per questo cambiamento non può che essere nella fusione tra scuola e mondo produttivo. Due sono le ottiche che pensiamo debbano essere attenzionate dal nostro legislatore.

Oggi siamo ad un punto importantissimo della vita del nostro Paese, uno di quei momenti in cui le crisi possono, e si sottolinea possono, diventare opportunità. La nostra gestione della Covid-19 sta generando, e probabilmente porterà, un forte impulso nella richiesta di manodopera sia manuale che intellettuale. Per stimolare e seguire le energie che la società civile sta investendo potranno avere un ruolo importante sia l’amministrazione pubblica sia, ancor di più, il nostro legislatore. Tutti coloro che lavorano nelle risorse umane sanno che il rapporto di lavoro è un Giano bifronte che per produrre vantaggio competitivo, sia esso economico (nel profit) o di servizi a valore aggiunto (nel pubblico o nel no profit), deve vedere amalgamati e fusi aspetti psicologici e giuridici. Le risorse umane, come tutta la vita, sono costituite da un mix, ove non esiste mai un primato assoluto, ma una prevalenza che muta costantemente. Così oggi, in un momento che sembra essere il preludio di un nuovo mondo, è necessario unire questi due aspetti, ovvero da una parte garantire il benessere economico di aziende e lavoratori e, dall’altro, permettere alle aziende e ai lavoratori di migliorare il patrimonio delle competenze utili al business. Siamo ad un punto centrale che credo sia dirimente per scegliere il futuro che andremo a vivere: è necessario che le politiche attive del lavoro siano incentrate sulle competenze. Le politiche attive del lavoro dovranno trovare, nella capacità di generare competenze, quel quid che permetterà alle aziende di trovare ciò che esse stesse cercano. Affronteremo, nel presente contributo, questo tema con l’ottica che è sottesa da una frase di Alcide De Gasperi: “La differenza fra un politico ed uno statista sta nel fatto che un politico pensa alle prossime elezioni mentre lo statista pensa alle prossime generazioni”. Due sono le ottiche, dunque, che pensiamo debbano essere attenzionate dal nostro legislatore: quella del lungo periodo e quella del contingente. Nel lungo periodo le politiche attive del lavoro, con il conseguente investimento pubblico, dovranno puntare ad aiutare i giovani a trovare la loro “chiamata”, a trovare quello che li realizza, a trovare la consapevolezza di quali siano i loro interessi e le loro attitudini. Non si capisce, infatti, perché i ragazzi di 14 anni non vengono aiutati a trovare quale sia il percorso scolastico più vicino a quello che sono e che vogliono esprimere come attitudine lavorativa. Le politiche attive per il lavoro debbono cominciare da qui, ossia dalla persona, e qui debbono investire, nel momento della scelta del percorso scolastico (in questo momento storico) dopo le scuole medie. Le competenze debbono essere coltivate dentro ciò che il ragazzo o la ragazza sono. Le politiche attive debbono cominciare in questo momento del percorso scolastico, aiutando a far scegliere al ragazzo o la ragazza il percorso intimamente legato a ciò che si è e a ciò che si desidera. E’ di tutta evidenza che far trovare la scuola che ci piace, magari andando ad evidenziare i bisogni inespressi, darebbe al percorso scolastico, e di conseguenza a quello lavorativo, un forte impulso in termini di motivazione. Ricordiamoci poi che stiamo attraversando un momento caratterizzato da penuria di risorse per il calo demografico. Detto ciò, proviamo ad entrare nella concretezza, provando a descrivere il percorso successivo alla strutturazione di un itinerario scolastico “ad personam”. Crediamo che la soluzione si possa rintracciare nella fusione tra alternanza scuola lavoro e apprendistato di terzo tipo. L’alternanza scuola lavoro, da farsi nel periodo che oggi coincide con le scuole superiori, dovrà essere obbligatoria per le aziende che vogliono utilizzare le politiche attive del lavoro. Successivamente, dopo la fine dei percorsi di studio della scuola secondaria, si potrebbe utilizzare un periodo di apprendistato del terzo tipo, in cui lo studente vive l’alternanza tra il percorso scolastico: laurea triennale, magistrale o ITS e tempo in azienda. Per esemplificare: la mattina il futuro lavoratore/lavoratrice va a scuola e il pomeriggio lavora in azienda. Per il tempo trascorso al lavoro dovrebbe essere prevista per il lavoratore una retribuzione di ingresso, da parametrarsi al tempo di lavoro. Retribuzione esente da ogni contributo o tassa per tutto il periodo di studio. L’azienda si dovrebbe far carico, come welfare, dei costi universitari dello studente, e, infine, il periodo di studio dovrebbe essere considerato con la contribuzione figurativa ai fini pensionistici. Il lavoratore dal canto suo dovrebbe fare un patto di stabilità, assicurando l’azienda che rimarrà con la stessa, ad esempio, per la durata di 5 anni. L’azienda inserita in questo percorso vedrebbe, per i 3 anni successivi al passaggio da apprendistato a tempo indeterminato ordinario, l’azzeramento dei contributi, mentre il lavoratore dovrebbe avere per questi tre anni la contribuzione figurativa ai fini pensionistici. L’investimento da farsi sarebbe nel personale di supporto agli studenti e nelle agevolazioni connesse al meccanismo proposto e si dovrebbe basare sulla fusione tra competenze insegnate e competenze richieste dalle aziende, attraverso un riallineamento del processo formativo della università e degli ITS con le caratteristiche della persona e con le job description richieste dalle aziende. Questo per quanto riguarda il lungo periodo e il lavoro degli statisti. E’ però necessario, in questo momento, occuparci, anche, del contingente perché oggi abbiamo tante persone di tutte le età che non trovano lavoro e aziende che chiedono delle competenze che non si trovano. Esiste un disallineamento tra i curriculum vitae delle persone e le job description delle posizioni aziendali necessarie al sistema produttivo. Le politiche attive si devono occupare di questo; il vero problema attuale come dimostra l’ultimo bollettino Excelsior, pubblicato da Unioncamere e ANPAL, che prende atto che esiste un forte disallineamento tra la richiesta delle aziende e l’offerta e una difficoltà di reperimento intorno al 36%.Anche in questo momento storico, il nostro oggi, bisogna riflettere e lavorare sulle competenze e fare in modo che le persone vengano aiutate a riorganizzare e ricostruire le proprie. Oggi possiamo e dobbiamo fare ciò anche, e soprattutto, utilizzando le risorse del PNRR. Il contesto in cui ci troviamo, lo abbiamo accennato, è caratterizzato dal fatto che sia i disoccupati che gli inoccupati non hanno le competenze ricercate dalle aziende. E’ necessario, quindi, agire su questo aspetto. La soluzione che si ipotizza è che inoccupati e disoccupati vengano dapprima inseriti in un percorso di riallineamento e di nascita di nuove competenze. Sarebbe auspicabile, ma in questo momento questo sarebbe secondario, che i centri per l’impiego aiutassero a capire gli inoccupati ed i disoccupati quali sono i settori verso cui sono portati (le loro attitudini). Se l’auspicio non si realizzerà, l’unica maniera per superare il gap è, a nostro avviso, quella di far collaborare il settore produttivo ed il settore universitario, coordinati dai centri per l’impiego nell’ottica delle politiche attive del lavoro. In questo senso dovrebbe nascere un apprendistato di collocazione che preveda dei momenti formativi universitari od ITS in base al grado di competenze possedute dalla persona. Anche qui la mattina a scuola ed il pomeriggio in azienda (o viceversa). Il contratto dovrebbe avere la durata di un anno. La persona dovrebbe avere una retribuzione, pari al reddito di cittadinanza, a carico dello Stato che l’azienda erogherebbe scomputandola dalla propria contribuzione previdenziale, ovvero dal pagamento del modello F24. L’azienda dovrebbe pagare le tasse scolastiche e tutto ciò che occorre al percorso formativo del lavoratore erogandolo come welfare. Alla fine dell’anno, se il lavoratore viene confermato in servizio, si potrebbe pensare ad un successivo contratto di inserimento con le caratteristiche contributive dell’apprendistato professionalizzante senza utilizzo dell’art. 2118 del codice civile. Il lavoratore, dal canto suo, dovrebbe stipulare un patto di stabilità, assicurando l’azienda che rimarrà con la stessa, ad esempio, per 2 anni. Abbiamo formulato delle ipotesi cercando di essere concreti secondo l’ottica che contraddistingue il nostro pensiero, aldilà di tutto crediamo di aver chiarito una cosa importante: per aver successo le politiche attive debbono avere a che fare con la cultura delle competenze. Copyright © - Riproduzione riservata

Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/lavoro-e-previdenza/rapporto-di-lavoro/quotidiano/2021/11/06/pnrr-politiche-attive-lavoro-e-come-rafforzare-legame-scuola-azienda

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