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Investimenti esteri in UE: in arrivo un nuovo sistema di monitoraggio

L’Unione europea si dota di un sistema comune di controllo degli investimenti esteri (IDE) per tutelare le attività strategiche e monitorare le operazioni con potenziale impatto su sicurezza e ordine pubblico in tutta Europa. Le nuove misure, in vigore da ottobre 2020, allargano il novero dei settori strategici (in particolare i settori energia, trasporti e comunicazione, ma anche finanza e aerospazio) e creano un sistema di collaborazione tra gli Stati e tra questi e la Commissione europea per attuare le migliori strategie, ferma restando l’autonomia decisionale del singolo Paese coinvolto. Quali sono i settori a rischio? Cosa prevedono le nuove misure e quali effetti avranno sull’economia europea?

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale si appresta ad entrare in vigore il Regolamento (UE) 2019/452 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 19 marzo 2019, con cui si fornisce un quadro regolamentare per il controllo degli investimenti diretti esteri (IDE) nell’Unione Europea.

L’obiettivo è di tutelare i settori strategici dell’economia da investimenti provenienti da Paesi a rischio e da società “state backed”, che potrebbero così acquisire tecnologie importanti o appropriarsi di infrastrutture cruciali per il funzionamento dell’area.

Le nuove regole allargano la rete di monitoraggio e proteggeranno in particolare i settori energia, trasporti e comunicazione, ma anche finanza e aerospazio, nonché tutti i settori legati alla gestione dei dati e alla tecnologia in genere, come robotica, big data, semiconduttori e intelligenza artificiale.

Col nuovo meccanismo, che entrerà in vigore dall’11 ottobre 2020, gli Stati membri manterranno la piena autonomia decisionale nei casi che coinvolgono il proprio Paese, ma la Commissione potrà chiedere informazioni e fornire i pareri e sarà possibile fornire suggerimenti e informazioni anche ad altri paesi dell’area, per condividere esperienze e best practice.

Al contempo, la Commissione sta strutturando un’analisi dettagliata degli investimenti esteri in UE e istituirà un gruppo di coordinamento con gli Stati membri per individuare le maggiori problematiche ed individuare soluzioni comuni.

Vediamo qual è il contesto attuale e come opererà il nuovo sistema di monitoraggio degli investimenti esteri verso i Paesi UE.

L’UE è l’ultima regione dei paesi sviluppati a creare un impianto di regole in tale senso. La maggior parte dei paesi industrialmente avanzati si è mossa da tempo istituendo norme precise a difesa dei settori chiave. Così il Giappone o gli Stati Uniti, per esempio, con questi ultimi impegnati in una battaglia commerciale e politica ad alto impatto mediatico.

È evidente infatti che la libertà di circolazione dei capitali, se da un lato ha aumentato l’integrazione tra economie e favorito la crescita e lo sviluppo, dall’altro ha creato opportunità di dumping e di trasferimento tecnologico verso paesi in via di sviluppo.

Ma il timore è più di natura politica.

Attraverso investimenti privati in settori nevralgici è possibile influenzare il buon funzionamento e l’ordine pubblico di un Paese. Specie se società supportate da Stati Sovrani considerati a rischio, si impossessano di asset strategici. Il recente caso legato alla cinese Huawei, accusata dagli USA di vendere tecnologie che consentirebbero operazioni di cyberspionaggio da parte del governo cinese, è emblematico.

In Europa, recenti investimenti esteri state backed in infrastrutture cruciali dell’Unione Europea hanno suscitato preoccupazione che la sicurezza dell’intera area fosse minacciata dall’assenza di un quadro armonizzato di controllo degli investimenti esteri.

I un’intervista Juncker aveva invocato un piano comunitario, dicendosi convinto della necessità di un controllo strutturato degli investimenti esteri in settori chiave a livello europeo.

Il regolamento, a conferma dell’urgenza delle misure, ha avuto una gestazione piuttosto breve. Nel settembre 2017 la Commissione UE inviava una sua proposta di regolamento, sulla quale il Parlamento, la Commissione e il Consiglio europeo trovavano un accordo politico a novembre 2018. Il 5 marzo la stessa Commissione UE annunciava l’introduzione delle misure.

Cosa cambia con le nuove misure a livello comunitario?

Il nuovo quadro regolamentare crea in sostanza un meccanismo di cooperazione tra Stati, attraverso cui ogni Paese membro può scambiarsi informazioni o segnalare preoccupazioni specifiche, anche in relazione ad attività di competenza di altri Stati membri.

Viene incoraggiata la cooperazione tra Stati sulle politiche di controllo degli investimenti esteri, tramite lo scambio di esperienze, la condivisione di good practice e informazioni sulle tendenze degli investimenti.

Consente inoltre alla Commissione di esprimere pareri non vincolanti (nonbinding opinions) su attività che riguardano uno Stato membro o quando un investimento può incidere su un progetto o un programma di interesse comunitario. La Commissione cita a tal proposito due progetti importanti come Horizon 2020, un programma di finanziamento comunitario per la ricerca e l’innovazione tecnologica, e Galileo, il sistema europeo di positioning e navigazione satellitare civile, alternativo al Global Positioning System di matrice statunitense.

Si ribadisce tuttavia che l’ultima parola in materia di controllo degli investimenti esteri spetta in ogni caso al Paese sul cui territorio avviene l’investimento, secondo il principio, qui ribadito, che gli interessi di sicurezza nazionale restano di esclusiva competenza degli Stati membri, i quali possono pertanto continuare ad adottare i meccanismi di revisione nazionale attualmente esistenti, adottarne di nuovi, o anche non istituire norme di questo tipo.

Sentiti i pareri di Commissione ed eventualmente di altri Stati membri, il Paese in cui si concretizza un investimento avrà quindi piena autonomia decisionale circa la sua autorizzazione o il suo diniego all’interno dei confini nazionali.

Ai sensi del Regolamento, tuttavia, ogni Stato membro dovrà notificare alla Commissione i propri meccanismi interni di controllo esistenti entro il 10 maggio 2019 ed ogni nuovo meccanismo adottato entro 30 giorni dalla sua entrata in vigore.

Entro il 30 marzo di ogni anno, ogni Stato membro dovrà altresì predisporre una relazione annuale riguardante l’anno civile precedente sugli investimenti esteri diretti realizzati nel proprio territorio.

Il regolamento tiene conto infine della necessità di operare con scadenze brevi e con la necessaria riservatezza.

Il libero scambio rimane uno dei punti cardine alla base delle decisioni del regolatore europeo. Anche a valle del nuovo quadro normativo, infatti, l’Europa resterà una delle aree più aperte agli investimenti esteri, considerati un fattore propulsivo molto più che una minaccia.

Uno dei nodi da risolvere resta tuttavia la mancanza di reciprocità nella circolazione dei capitali, tale per cui un investimento europeo verso alcuni paesi esteri presenta molti più ostacoli rispetto ad un analogo investimento verso l’Europa.

In questo modo il controllo dei settori strategici è molto più difficile rispetto ad altre aree, in cui invece il più delle volte gli investimenti dall’estero sono vietati o limitati, o anche le imprese chiave sono detenute direttamente o indirettamente dagli Stati.

La riforma riduce questa disparità, creando come corollario maggiori opportunità di investimento per le imprese europee. Non si può escludere infatti che il ferreo controllo sulla natura e sui motivi sottostanti degli investimenti esteri in settori strategici, scoraggi l’iniziativa di società straniere o Stati sovrani esteri, liberando opportunità di investimento per società europee o di Paesi a basso rischio.

Fonte: http://www.ipsoa.it/documents/impresa/contratti-dimpresa/quotidiano/2019/03/27/investimenti-esteri-ue-arrivo-sistema-monitoraggio

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