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Costo del lavoro: costo fisso o variabile?

Uno dei principali oneri di cui il datore di lavoro deve tener conto è il costo della manodopera. Considerarlo sempre un costo fisso è un errore. La scelta di considerare fisso oppure variabile il costo del personale non può essere fatta in maniera aprioristica, ma richiede un’analisi del processo produttivo e delle condizioni contrattuali del personale, con valutazione del grado di efficienza nell’impiego delle risorse disponibili. Una corretta classificazione dei costi può aiutare l’azienda nel predisporre il budget, per conoscere il break even point e calcolare il fatturato di pareggio, attività che contribuiscono a ridurre i rischi connessi al business.

Il costo del lavoro, oltre al costo delle materie prime, rappresenta uno dei principali oneri che il datore di lavoro si trova a dover affrontare. E’ pertanto fondamentale per le aziende, a maggior ragione se impegnate in attività labour intensive, che l’analisi del costo del lavoro sia effettuata minuziosamente, affinché si possa riuscire a pianificare le uscite e quantificare le spese di gestione dell’attività nel suo complesso.

Un costo viene definito variabile oppure fisso in base all’evoluzione che esso assume rispetto alla produzione: il costo variabile aumenta all’aumentare del volume produttivo e viceversa, mentre il costo fisso (anche detto “costo di struttura”) nel breve-medio termine non è soggetto a variazioni in quanto non è influenzato dal livello di attività.

I costi variabili sono sostenuti dall’azienda soltanto se produce e vende, mentre i costi fissi gravano su di essa anche quando il fatturato è, per assurdo, pari a zero, per il solo fatto della sussistenza di una struttura aziendale.

Il tema affrontato nell’articolo sarà oggetto di approfondimento e discussione in aula nel terzo incontro dell’edizione 2019/2020, dedicato al tema “Gestire il costo del lavoro dell'azienda e focus sulla legge di Bilancio 2020".

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Spesso il costo del personale viene qualificato quale “costo fisso”.

Considerare, però, tutto il personale quale costo fisso è senz’altro un errore, non fosse altro per la grande flessibilità che viene concessa mediante l’utilizzo di alcune tipologie contrattuali o di vari istituti normativi: il ricorso al lavoro straordinario, alla banca delle ore, all’orario flessibile, a contratti di lavoro a part time o a chiamata, alle assunzioni a tempo determinato o in somministrazione, ad esternalizzazioni, il ricorso ad assunzioni variamente agevolate, l’utilizzo di fringe benefits, l’implementazione di piani di welfare aziendale e/o premiale, ecc., permettono di “gestire” il costo del personale in modo tale da ottimizzarlo in relazione all’andamento aziendale, rendendolo sostenibile nel tempo anche nei momenti meno favorevoli.

L’incidenza di costi fissi aumenta gradualmente passando da aziende di servizi ad aziende commerciali a aziende industriali: e anche in quest’ultima categoria esistono aziende industriali leggere e pesanti.

Le imprese di 50 anni fa fabbricavano al loro interno anche le viti. Poi è cominciato il processo di esternalizzazione delle attività non strategiche che, col tempo, ha avuto sempre maggior riscontro. Ad esempio, le aziende oggi, tranne rare eccezioni, non hanno più un servizio di trasporto interno ma si rivolgono a corrieri trasformando in questo modo quello che era un costo fisso, stipendio dell’autista e ammortamento del camion, in un costo variabile. I corrieri, a loro volta, affidano il servizio a “padroncini” che lavorano in proprio.

In qualsiasi caso, oltre alla necessità di tenere presenti gli elementi sopra descritti che originano flessibilità di gestione del costo, la scelta di considerare fisso oppure variabile il costo della manodopera non può essere fatta in maniera aprioristica, ma richiede un’analisi del processo produttivo e delle condizioni contrattuali del personale, con valutazione del grado di efficienza nell’impiego delle risorse disponibili.

Criterio generale

Si può ritenere, in via del tutto generale, che possano essere qualificati quali

· costi fissi quelli relativi al personale “funzionale” necessario alla prosecuzione dell’attività (la cui composizione dipende dalla complessità dell’azienda, da scelte del management, dalla quantità di attività da svolgere nelle varie funzioni),

· costi quasi-fissi quelli relativi alla manodopera “indiretta” (quale, ad es., magazzinieri, autisti, ecc., la cui consistenza è influenzata, si, dalla quantità di prodotto lavorato, ma in misura non direttamente proporzionale, la cui quantificazione è solitamente definita in base all’esperienza aziendale ed alle specificità di ciascun reparto)

· e, invece, costi variabili in misura proporzionale alle quantità di prodotto lavorato quelli relativi alla manodopera “diretta”, cioè quella direttamente implicata nell’attività produttiva. In ogni caso la variabilità è più marcata nel caso di aumenti di produzione che nel caso di diminuzioni di produzione.

Rappresenta invece un costo variabile quello sostenuto per il ricorso a lavoratori somministrati. Essi, infatti, vengono assunti per brevi periodi in funzione delle necessità di produzione dovute a carichi di ordini che eccedono il normale flusso della domanda. Si tratta in genere di manodopera diretta di produzione che non opera su impianti automatizzati ma direttamente sulla costruzione dei prodotti, quali ad esempio: saldatori, carpentieri, elettricisti, ecc. Come detto, si può quindi affermare che si tratta di costo del lavoro sicuramente variabile e quindi direttamente imputabile ai prodotti realizzati.

Grado di automazione aziendale

Inoltre, un ulteriore importante elemento da tenere in considerazione è il grado di automazione di ogni singola azienda. Infatti, nelle realtà che adottano un processo di produzione altamente automatizzato le condizioni di efficienza del processo produttivo dipendono per gran parte dall’efficienza di funzionamento degli impianti e la manodopera è da considerarsi quasi come mero supporto al processo produttivo stesso. Chiaramente, in tale situazione il costo della manodopera ben potrebbe essere considerato tra le componenti fisse non essendo direttamente correlabile alle variazioni nei livelli di attività raggiungibili dall’azienda.

Diametralmente opposta è, invece, la situazione ravvisabile in altre tipologie di aziende nelle quali l’efficienza del processo produttivo è in gran parte dipendente dall’efficienza nell’impiego della risorsa lavoro. In tali realtà aziendali, quindi, l’utilizzo del lavoro – ed il conseguente costo – è direttamente riferibile alle unità prodotte, rendendo opportuno considerare variabile il costo del lavoro, evidenziando così i costi connessi al più o meno completo sfruttamento della capacità produttiva.

Ma perché può risultare interessante dividere i costi fissi da quelli variabili? La classificazione dei costi in fissi e variabili può aiutare l’azienda a:

· fare simulazioni, per vedere come variano i costi totali in diverse alternative di volumi;

· predisporre il budget, per stimare l’evoluzione dei costi collegata alle variazioni dei volumi ipotizzate;

· calcolare il break even point in termini di quantità;

· calcolare il fatturato di pareggio.

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Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/lavoro-e-previdenza/amministrazione-del-personale/quotidiano/2020/01/09/costo-lavoro-costo-fisso-variabile

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