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News area Lavoro

La legge sui licenziamenti collettivi compie 35 anni e non li dimostra...

Legge n. 223 del 1991 sui licenziamenti collettivi … 35 anni si può dire che sia un tempo sufficientemente lungo per consentire una valutazione storico evolutiva, ma ancora abbastanza vicino da permettere di coglierne la sorprendente attualità del pilastro normativo. Ma il vero tema dei prossimi anni non sarà la sopravvivenza della legge, ma la sua capacità di adattarsi a una nuova antropologia del lavoro: servirà una nuova cultura delle relazioni industriali, poiché nessuna procedura, da sola, può governare trasformazioni profonde.

Trentacinque anni di vigenza rappresentano, per una legge ed in particolare per una in materia di lavoro, un traguardo non trascurabile.Un tempo sufficientemente lungo per consentire una valutazione storico evolutiva, ma ancora abbastanza vicino da permettere di coglierne - a maggior ragione nel caso che ci occupa - la sorprendente attualità.La legge n. 223 del 1991 appartiene a quelle norme che, avendo saputo contemperare gli interessi confliggenti delle parti sociali, sono state capaci di attraversare epoche economiche radicalmente diverse senza perdere centralità.Promulgata, infatti, in una stagione di profonda trasformazione industriale, all’indomani della crisi del modello fordista e della grande ristrutturazione del sistema produttivo italiano, essa continua ancora oggi - con poche modifiche nel corso degli anni, tra cui va menzionata almeno l’estensione della procedura ai dirigenti - a rappresentare il principale strumento giuridico attraverso cui il nostro ordinamento supporta la gestione delle crisi occupazionali.La disciplina dei licenziamenti collettivi è “sopravvissuta” a molte “ere”: la fine delle partecipazioni statali; il riflesso italiano della globalizzazione mondiale; la stagione non ancora conclusa delle delocalizzazioni produttive; la finanziarizzazione dell’impresa attraverso l’avvento dei fondi di investimento nel capitale sociale delle imprese; la rivoluzione digitale e l’avvento dell’intelligenza artificiale con tutti i suoi potenziali effetti sostitutivi; da ultimo, le recenti e attuali trasformazioni imposte dalla transizione energetica.Per avere la misura dei cambiamenti a cui la disciplina dei licenziamenti collettivi ha fatto da strumento di gestione, basti osservare come nel 1991 gli esuberi si esprimevano prevalentemente nel settore industriale in cui la fabbrica era ancora il centro della produzione e del lavoro con un forte radicamento sul territorio. Oggi, invece, il contesto economico ed organizzativo in cui maturano gli esuberi è molto differente: la fabbrica non necessariamente rappresenta quel centro di gravità di produzione e lavoro; le decisioni strategiche, siano esse relative al contenimento dei costi così come nel caso di introduzione di innovazioni tecnologiche, vengono spesso assunte a livello globale, sicché la connessione con il territorio appare sempre più sfumata, così come il senso di responsabilità sociale per gli impatti delle scelte di dismissione.In ultima analisi, la disciplina dei licenziamenti collettivi rappresenta tuttora e rappresenterà per il futuro prossimo il vero luogo di emersione delle grandi contraddizioni industriali del Paese.Dalla siderurgia all’automotive, dal tessile all’elettrodomestico, dalla logistica all’ICT, ogni grande crisi italiana ha inevitabilmente attraversato il perimetro applicativo della legge n. 223/1991 essendo “la camera di compensazione” del contrasto sociale.Le recenti vicende che hanno coinvolto il gruppo Electrolux lo dimostrano con particolare evidenza. L’annuncio del piano di ristrutturazione con circa 1.700 esuberi e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi hanno riportato al centro del dibattito pubblico non soltanto il tema occupazionale, ma soprattutto il rapporto tra libertà di iniziativa economica, sostenibilità industriale e tutela sociale del lavoro.Non si tratta di un episodio isolato.Electrolux rappresenta, piuttosto, l’ennesima manifestazione di un fenomeno che accompagna l’economia europea da almeno due decenni: la progressiva compressione della competitività manifatturiera occidentale in un mercato globale caratterizzato dall’asimmetria dei costi di produzione, dalla concorrenza dei mercati mergenti ma anche da un costante processo di accelerazione tecnologica.Eppure, nonostante l’enorme trasformazione dei sistemi produttivi, il meccanismo giuridico rimane sostanzialmente immutato sin dal 1991.La ragione di questa longevità e capacità di adattamento al mondo che cambia è da ricercare nella circostanza per cui le previsioni sul licenziamento collettivo non hanno rappresentato solo e soltanto la procedimentalizzazione del recesso che coinvolge un certo numero di lavoratori ma, molto più profondamente, una legge di gestione delle crisi industriali.L’idea di fondo che presiede a questa disciplina - e che probabilmente ne ha determinato il “successo” - è che il recesso non è in realtà il fine ultimo della procedura, ma è l’effetto del fallimento dei propri scopi.Sotto questo profilo è sufficiente avere a mente che l’intero impianto tende, in via preventiva e negoziata, ad evitare o limitare dei recessi che inevitabilmente hanno un impatto economico e sociale che investe territori, filiere produttive e stabilità collettiva.In questo contesto, oltre al confronto diretto fra azienda ed organizzazione sindacale, la disciplina prevede il confronto in sede istituzionale che evidentemente ha lo scopo di ricercare la composizione degli interessi contrapposti con l’ausilio della parte pubblica.E probabilmente in questa tendenza verso la composizione/sfogo del conflitto risiede il motivo per cui, a distanza di trentacinque anni, la legge 223 continua a essere il principale baricentro delle relazioni industriali nelle crisi d’impresa.Il vero tema dei prossimi anni non sarà la sopravvivenza della legge 223/91, ma la sua capacità di adattarsi a una nuova antropologia del lavoro.La domanda fondamentale diventa se un sistema costruito per governare la crisi della fabbrica industriale novecentesca potrà o meno reggere l’impatto delle riorganizzazioni algoritmiche del capitalismo contemporaneo.La risposta a questa domanda, però, non può essere semplicemente normativa, servirà una nuova cultura delle relazioni industriali e ciò poiché nessuna procedura, da sola, può governare trasformazioni così profonde.In questo contesto l’auspicio è che si investa non su una modifica normativa in senso stretto - di cui francamente non si sente affatto il bisogno - ma sulla capacità degli attori coinvolti a governare i processi di transizione perché siano limitati gli effetti per l’occupazione, salvaguardando i legittimi interessi dell’impresa.In questo senso un ruolo decisivo è riservato ad una politica industriale del Paese che negli ultimi decenni si è rivelata inadeguata alle sfide che il mercato le poneva innanzi.Copyright © - Riproduzione riservata

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Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/quotidiano/2026/06/06/legge-licenziamenti-collettivi-compie-35-non-dimostra

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