Responsabilità sociale dell’impresa e ESG: perché Adriano Olivetti ha insegnato molto
Pioniere dei moderni concetti di responsabilità sociale dell’impresa, ovvero di quella sua componente che è il welfare aziendale, e di ESG, per Adriano Olivetti i servizi verso i propri dipendenti e il territorio erano un dovere e una responsabilità dell'impresa. Il suo insegnamento, però, è coerente con le sue convinzioni, ma non privo di elementi contraddittori o utopistici: la parte caduca del suo operato lega strutturalmente welfare aziendale e responsabilità d’impresa alla politica. La parte non caduca è legata ad un ben calibrato e generoso welfare aziendale e ad una moderna responsabilità sociale dell’impresa. Da cui dobbiamo imparare.
Adriano Olivetti è considerato uno dei pionieri della responsabilità sociale dell’impresa, ovvero di quella sua componente che è il welfare aziendale. Inizialmente di fede liberal-socialista (tanto che aderì brevemente al PSIUP), la sua idea strategica era tuttavia che l'impresa non dovesse limitarsi a produrre profitti, ma dovesse contribuire al benessere delle persone e della comunità; idea che 36 anni dopo verrà inglobata dalla Dottrina Sociale della Chiesa, venendo solennemente proclamata da Giovanni Paolo II nella lettera enciclica Centesimus annus del 1991. La finalità dell’impresa, quindi, non è semplicemente la produzione di profitto, ma l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini. Il profitto è un indicatore della buona salute dell’azienda, ma il primato spetta sempre alla persona umana il cui benessere ha la precedenza sul puro rendimento economico.Si tratta di una dottrina riconducibile solo in parte al welfare aziendale, poiché una rigorosa ricostruzione dogmatica di quest’ultimo conduce ad attribuirgli natura, certo, non retributiva, ma altrettanto certamente corrispettiva.Poiché anche il pensiero di Adriano Olivetti è riconducibile in buona parte alla responsabilità sociale dell’impresa, svolgeremo qualche riflessioneVa in primo luogo osservato che nel modello olivettiano non aveva rilevanza decisiva il vantaggio fiscale, considerato che, da un lato, l’azienda attingeva a piene mani all’elenco dei beni e servizi (allora) offerto dalla norma fiscale; e dall’altro estendeva la propria offerta anche al di fuori di quell’elenco.Degna di nota, peraltro, era l’inclusione, nel novero dei benefici detassati, di “salari competitivi”, una sorta di norma sul giusto salario veicolata dalla leva fiscale, che in qualche modo ricorda la recente defiscalizzazione delle spese per consumi familiari, passata sotto la qualificazione di welfare aziendale.Peraltro, Olivetti non considerava questi servizi una forma di beneficenza o paternalismo, ma un dovere dell'impresa verso i propri dipendenti e il territorio. In un documento aziendale del 1949 si affermava che i servizi sociali erano un diritto dei lavoratori e una responsabilità dell'azienda.La concezione olivettiana è riassunta dall'idea che il profitto è importante, ma deve essere accompagnato da cultura, democrazia, sviluppo umano e responsabilità verso la comunità. Questa impostazione, già prima che decollasse il fenomeno del welfare aziendale, è stata considerata a distanza di mezzo secolo un'anticipazione dei moderni concetti di responsabilità sociale d'impresa (RSI, CSR) e di ESG.Un ulteriore pilastro della responsabilità sociale olivettiana è il concetto di comunità, che Adriano mutua filosoficamente dal personalismo di Maritain e di Mounier, ma soprattutto, pragmaticamente, dall’esperienza avviata prima della guerra, a Ivrea.Vale la pena ricordare che il primo discorso dopo la fine della guerra di Adriano Olivetti si concluse con queste parole: “Cosa faremo? Tutto si riassume in un solo pensiero, in un solo insegnamento: saremo condotti da valori spirituali”: uno spiritualismo laico, in cui Olivetti si immerse subito dopo la fine della guerra, dedicandosi con pari passione alla cultura, alla politica e all’azienda. E’ emblematica di questa fase la “crisi di crescita” del 1952, che fu risolta da Olivetti con l’aumento della forza vendita anziché con i licenziamenti da molti suggeriti. Così come nell’illustrare le ragioni di un investimento nel Golfo di Napoli, che qualunque manager avrebbe definito antieconomico, Adriano Olivetti pronuncia parole ispirate all’umanesimo e alla tradizione: “Abbiamo lasciato, in poco più di una generazione, una millenaria civiltà di contadini e di pescatori. Per questa civiltà che è ancora la civiltà presente nel Mezzogiorno, l’illuminazione di Dio era reale e importante; la famiglia, gli amici, i parenti, i vicini erano importanti; gli alberi, la terra, il sole, il mare, le stelle erano importanti”. Il declino è improvviso e rapido, e si consuma sul fuoco della politica (l’insuccesso di Comunità) e delle prime avvisaglie di crisi aziendale: un fuoco, che purtroppo investe anche quella che forse è stata l’eredità più feconda di Adriano Olivetti: la sua posizione, infatti, è messa in discussione all’interno dell’azienda, dove è accusato di destinare troppe risorse alla vocazione sociale. Ma Olivetti replica proponendo ai famigliari un modello basato su un nuovo assetto societario con a capo una Fondazione, che prevede, tra l’altro, la partecipazione nell’azienda, insieme alla proprietà, dei lavoratori e delle università locali: è il culmine della riflessione sulla responsabilità e sul ruolo sociale dell’impresa.La responsabilità sociale d’impresa - RSI ha avuto un momento di crescita agli inizi del millennio, per poi avvertire un declino di fronte al crescente impegno delle aziende a integrare preoccupazioni etiche nella loro strategia aziendale, migliorando così la loro immagine e reputazione. La RSI mira a soddisfare le aspettative degli stakeholder, tra cui lavoratori, famiglie e la comunità locale, diventando così una fonte di vantaggio competitivo. Si tratta di strategie aziendali che, anche sotto l’impulso di incentivi economici, incorporano o pretendono di incorporare istanze antiche o sociali, ma che sollevano non poche obiezioni, legate per un verso alla difficoltà di delegare l’elaborazione e l’attivazione di istanze etiche alle aziende, e per l’altro di proceduralizzare l’organizzazione aziendale e le stesse condotte etiche.Inoltre, la RSI esterna sta registrando un arretramento di fronte all’avanzata delle normative europee sulla sostenibilità. Simmetricamente, il welfare aziendale si dimostra più competitivo rispetto alla RSI, per la sua già rilevata natura corrispettiva, pur se non retributiva.Da questo punto di vista, l’insegnamento di Adriano Olivetti è coerente con le sue convinzioni, ma non privo di elementi contraddittori o utopistici, pretendendo di sommare un welfare aziendale quanto mai generoso, con una forma di RSI: il tutto, immerso in un disegno politico assai difficilmente conciliabile con la gestione di un’impresa.In conclusione, se c’è una parte caduca del pensiero e dell’operato di Adriano Olivetti, quella che lega strutturalmente welfare aziendale e responsabilità d’impresa, alla politica, quella non caduca è legata ad un ben calibrato e generoso welfare aziendale e ad una moderna responsabilità sociale dell’impresa.Copyright © - Riproduzione riservata
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