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Fondi pensione: come aumentare il livello di inclusione sociale

Una fotografia dello stato dei fondi pensione nel 2018. E’ quanto emerge dalla relazione annuale della COVIP. Si conferma un gap generazionale e di genere: rispetto alle fasce di età centrali, la partecipazione degli under 35 è inferiore di circa un terzo e il tasso di partecipazione delle donne resta più basso rispetto a quello degli uomini. Vi è, inoltre, un gap geografico, in quanto le adesioni ai fondi pensione risultano maggiori nelle aree più ricche del nostro Paese. Valutare l’opportunità di valorizzare schemi di incentivazione fiscale e prevedere modalità di adesione online potrebbero essere le soluzioni per il futuro?

Nelle società che, come quella italiana, invecchiano, particolare urgenza assume il tema della sostenibilità finanziaria dei sistemi previdenziali. Tale urgenza è accresciuta in un contesto di contrazione demografica, che approfondisce il solco che divide coloro che percepiscono una prestazione previdenziale da quanti contribuiscono per finanziare quella prestazione. Lo sottolinea la COVIP nella propria Relazione annuale sottolineando come il nostro Paese, come altre economie sviluppate, ha da tempo intrapreso un percorso di aumento del grado di funding del sistema previdenziale, sia attraverso interventi sulla previdenza di base che riconnettono prestazioni a contributi, sia con l’introduzione di una previdenza, integrativa rispetto a quella di base, in cui le prestazioni conseguono strettamente ai contributi versati durante la vita lavorativa.

La risposta sia finanziaria ma anche sociale cui i fondi pensione concorrono a fornire è quella dell’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche rispetto all’obiettivo di contenere il rischio di una caduta dello standard di vita dopo l’uscita dal mercato del lavoro. Quale il quadro aggiornato della previdenza complementare nel nostro Paese?

Alla fine del 2018, i fondi pensione in Italia sono 398, 33 fondi negoziali, 43 fondi aperti, 70 piani individuali pensionistici (PIP), 251 fondi preesistenti e Fondinps.

Il numero delle forme pensionistiche operanti nel sistema è in costante riduzione. Rispetto al 2000, quando operavano 719 forme, tale numero si è sostanzialmente dimezzato. Il consolidamento del sistema, tuttora in atto, risponde a motivazioni diverse. Nei fondi negoziali è stato ispirato dalla volontà delle fonti istitutive di accorpare esperienze previdenziali insistenti su bacini contigui di aderenti, eliminando sovrapposizioni. Nei fondi preesistenti il processo di razionalizzazione è stato assai significativo. Negli ultimi anni ha portato alla concentrazione di tutte le iniziative operanti nell’ambito di grandi gruppi bancari e assicurativi in uno o due fondi di riferimento, distinti solo in base al regime di contribuzione ovvero di prestazione definita. Nelle forme di mercato, fondi pensione aperti e PIP, sono stati i riassetti societari a trainare la riduzione del numero delle forme operanti, rivedendo l’offerta commerciale a livello di gruppo.

Le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari si attestano poi a 167 miliardi di euro, in aumento del 3% rispetto all’anno precedente, un ammontare pari al 9,5 per cento del PIL e al 4 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane.

L’allocazione degli investimenti effettuati dai fondi pensione (escluse le riserve matematiche presso imprese di assicurazione e i fondi interni) registra la prevalenza della quota in titoli di Stato che nel 2018 è stata pari al 41,7 per cento (era il 41,5 per cento nel 2017) dei quali il 21,4 sono titoli di debito pubblico italiano (contro il 22,7 per cento nel 2017). In calo al 16,4 per cento i titoli di capitale, (contro il 17,7 per cento del 2017) e anche le quote di OICVM, in discesa dal 12,6 all’11,9 per cento. I depositi si attestano al 7,5 per cento. Gli investimenti immobiliari, in forma diretta e indiretta, presenti quasi esclusivamente nei fondi preesistenti, rappresentano il 2,7 per cento del patrimonio, in diminuzione di 0,3 punti percentuali rispetto al 2017. Nell’insieme, il valore degli investimenti dei fondi pensione nell’economia italiana è di 36,7 miliardi di euro, il 27,7 per cento del patrimonio. I titoli di Stato ne rappresentano la quota maggiore, 28,3 miliardi.

Gli impieghi in titoli di imprese domestiche rimangono marginali. Il totale di 3,7 miliardi è meno del 3 per cento del patrimonio; in obbligazioni sono investiti 2,5 miliardi, in azioni 1,2 miliardi; gli investimenti domestici detenuti attraverso quote di OICVM si attestano a 1 miliardo. La componente immobiliare è pressoché tutta concentrata in Italia per complessivi 3,4 miliardi di euro.

Andando alle performance, il 2018 è stato un anno negativo per i mercati finanziari ed in particolar modo per quelli azionari. Ne hanno risentito anche i rendimenti dei fondi pensione, dopo un decennio in cui sono stati in media più che positivi. I fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno perso in media, rispettivamente, il 2,5 e il 4,5 per cento; per i PIP “nuovi” di ramo III, la flessione è stata del 6,5 per cento. Per le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato e i cui rendimenti dipendono in larga parte dal flusso cedolare incassato sui titoli detenuti, il risultato è stato positivo, pari all’1,7 per cento. Nello stesso periodo il TFR si è rivalutato, al netto delle tasse, dell’1,9 per cento. Su un periodo di osservazione decennale (2009-2018), più adatto a misurare gli effetti sul risparmio previdenziale il rendimento netto medio annuo composto è stato del 3,7 per i fondi negoziali e del 4,1 per cento per i fondi aperti; nei PIP si è attestato al 4 per cento per le gestioni di ramo III e al 2,7 per cento per quelle di ramo I. Su analogo orizzonte temporale la rivalutazione del TFR è stata del 2 per cento.

Il totale degli iscritti alla previdenza complementare è pari a circa 7,9 milioni, in crescita del 4,9 per cento rispetto all’anno precedente, per un tasso di copertura del 30,2 per cento sul totale delle forze di lavoro. Le posizioni in essere sono di 8,7 milioni (inclusive di posizioni doppie o multiple, che fanno capo allo stesso iscritto).

Gli iscritti ai fondi negoziali sono 3 milioni, oltre 1,4 milioni ai fondi aperti e 3,1 milioni ai PIP “nuovi”; poco più di 600.000 sono gli iscritti ai fondi preesistenti. Nei fondi negoziali l’aumento degli iscritti è stato del 6,8 per cento; la crescita è stata ancora trainata dalle nuove adesioni contrattuali, meccanismo oggi riferito a una platea significativa di lavoratori. Nelle forme di mercato, la crescita ha decelerato rispetto agli anni passati: 6,4 per cento per i fondi aperti e 5,4 per i PIP “nuovi”.

Si delinea poi sia un gender gap che un gap generazionale. Gli uomini sono il 61,9 per cento degli iscritti alla previdenza complementare (il 73,1 per cento nei fondi negoziali), nel solco di quel gender gap che si è già manifestato negli anni scorsi. Si conferma anche un gap generazionale dal momento che la distribuzione per età vede la prevalenza delle classi intermedie e più prossime all’età di pensionamento, il 54,7 per cento degli iscritti ha età compresa tra 35 e 54 anni, il 27,6 per cento ha almeno 55 anni. Vi è ancora un gap geografico, dal momento che i tassi di partecipazione più elevati continuano a registrarsi nelle aree più ricche del Paese. In media tra il 35 e il 40 per cento delle forze di lavoro, con punte del 45-50 per cento laddove l’offerta previdenziale è integrata da iniziative di tipo territoriale. In queste aree i versamenti contributivi (3.000-3.500 euro all’anno in media) sono più che doppi rispetto a gran parte delle regioni del mezzogiorno.

Le considerazioni

La COVIP si pone poi in prospettiva propositiva per favorire una maggiore inclusione del nostro sistema di previdenza complementare. In particolare, si osserva, in un contesto nel quale la discontinuità delle carriere è fenomeno diffuso, potrebbe essere utile valutare l’opportunità di valorizzare schemi di incentivazione fiscale dei contributi che prevedano la possibilità di riportare ad anni di imposta successivi i benefici che non si sono utilizzati in una fase di incapienza fiscale. A tal fine, potrebbe risultare utile rivedere disposizioni già presenti nell’art. 8 del Decreto lgs. 252/2005, estendendo l’ambito di applicazione attualmente limitato soltanto ai lavoratori di prima occupazione.

Occorre poi uno scatto innovativo, prosegue la Commissione, nella valorizzazione dei rapporti con gli aderenti, in un’ottica di maggiore prossimità al bisogno, nell’uso della tecnologia quale strumento oramai indispensabile di relazione, nel linguaggio, per una migliore capacità di educare e di informare, in un mondo in cui la comunicazione diventa sempre più veloce ed essenziale. Viene poi sottolineato come lo sviluppo di modalità di adesione on-line costituisce presupposto necessario affinché la rete dei servizi sia uno strumento efficace nel rendere il sistema pienamente accessibile e perciò inclusivo.

Fonte: http://www.ipsoa.it/documents/lavoro-e-previdenza/pensioni/quotidiano/2019/06/20/fondi-pensione-aumentare-livello-inclusione-sociale

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