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Verso la carbon tax: cosa rischiano le aziende?

Secondo il Fondo monetario internazionale per evitare l’innalzamento della temperatura del Pianeta, sarà necessario introdurre un regime fiscale globale facente perno sulla carbon tax. Ma l’introduzione di un simile regime impositivo alternativo avrà delle conseguenze anche sulle imprese in termini di costi. Quale potrebbe essere la via d’uscita? Ripensare il modo di fare-impresa, dotandosi di uno scudo assicurativo ad hoc, anche fiscalmente incentivato, e di nuove figure professionali capaci di mappare le emissioni interne, i rischi ambientali e i costi esterni a cui si va incontro: i i consulenti climatici, una nuova professionalità in ascesa, al pari di quelli informatici.

Cosa le società dovrebbero fare per evitare di restare schiacciate dall’onda lunga delle nuove carbon-tax? Ma soprattutto, come i Governi, che amministrano e gestiscono i patrimoni pubblici delle collettività, dovrebbero gestire una simile emergenza senza mettere a rischio i motori propulsivi delle società contemporanee? Tradotto: salvare l’ambiente, sì, ma senza distruggere le aziende, salvaguardando al contempo la disponibilità di reddito dei contribuenti/persone fisiche.

I suggerimenti del Fondo monetario internazionale sono un primo alert ai Governi su come evitare che il cappio della carbon tax si stringa smodatamente sui bilanci delle aziende. L’assunto della contemporaneità è il seguente: chi inquina paga. Come mettere in pratica questo postulato ovvio fa la differenza. L’FMI offre ai Governi l’alternativa di un regime di "commissioni" e "sconti". In sostanza, un programma tariffario autofinanziato da un mix di costi-extra e di sconti grazie ai quali i Governi applicano una tassa, in questo caso su chi inquina, e concedono uno sconto per chi, invece, applica e/o investe in pratiche energeticamente efficienti e rispettose dell'ambiente. Un tale schema spinge le aziende, e le persone, a ridurre le emissioni scegliendo veicoli ibridi rispetto a quelli a benzina o ad utilizzare e sviluppare energia rinnovabile come, solare o eolica, piuttosto che il carbone nei processi produttivi. In pratica, le politiche devono andare oltre il semplice innalzamento del prezzo delle emissioni derivanti dalla produzione di energia o dai trasporti domestici, giungendo ad adottare misure sempre più espansive e di vantaggio fiscale mirate a sostenere gli investimenti, delle aziende, nelle tecnologie cosiddette “pulite”.

L'azione delle società sui cambiamenti climatici è stata ad effetto ritardato. L’attività di lobbying ha un suo fondamento, ma non esaurisce gli strumenti in possesso delle aziende. Alcune imprese stanno affrontando in modo operativo gli effetti del riscaldamento globale, ma la maggior parte no. Oltre a ridefinire un modello alternativo d’azienda le società subiscono gli effetti indesiderati del cambiamento climatico. Infatti, inondazioni, incendi e tempeste più violente rispetto al passato, giorni più caldi e più umidi mettono a rischio non soltanto la quotidianità degli individui, ma la produttività stessa delle imprese, le apparecchiature come quelle dei data center. Per difendersi da tali rischi le imprese industriali dovrebbero dotarsi d’uno scudo assicurativo ad hoc. I cui costi potrebbero anche in parte essere compensati con incentivi altrettanto specifici. Perché se un’azienda chiude a causa d’un inatteso fenomeno ambientale, è l’economia del Paese, dell’area geografica interessata che ne trae svantaggio. Abbinare con una norma di sistema la protezione da tali eventualità con un sostegno fiscale adeguato sarebbe già un passo avanti e una richiesta da indirizzare ai Governi. Peraltro, i motivi per preoccuparsi non mancano. Lo scorso agosto gli analisti di Schroders hanno esaminato 11.000 società globali quotate e hanno stimato che una corretta contabilizzazione del rischio climatico materiale, con relativa copertura assicurativa, potrebbe in media aumentare del 2-3% il loro valore.

La nonchalance climatica pervade molti uffici. Ma siccità, alluvioni, ondate di calore e tempeste ricorrenti possono far male, in particolare in un mondo di catene di approvvigionamento complesse. Al riguardo, la carenza di dati e di informazioni sulle vulnerabilità climatiche delle società è un tratto distintivo della stragrande maggioranza delle aziende. I gestori del rischio desiderano informazioni che possano utilizzare su minacce specifiche a strutture specifiche per un periodo di tempo specifico (e breve). E allora? Le aziende devono dotarsi di modelli climatici attuali, non su dati storici, ed assumere ed impiegare personale specializzato nello scovare i rischi climatici che minacciano l’impresa, sede per sede, nelle diverse aree geografiche dove opera, elaborando una mappa dettagliata delle minacce concrete. Un’azienda industriale oggi non può più far ameno di consulenti climatici capaci di utilizzare modelli climatici più intelligenti e più granulari. Il 90% delle volte i rischi per le imprese vengono accertati solo dopo che si verificano. I consulenti climatici ovvieranno a questo problema.

Dopo aver mappato le proprie emissioni, le aziende dovrebbero esaminare la loro esposizione ai prezzi del carbonio attuali e stimati. Nelle giurisdizioni con politiche di cap-and-trade, il prezzo collocato su una tonnellata di carbonio è reso esplicito sul mercato per le quote di emissioni, ad esempio sulla piattaforma europea per lo scambio di energia. In altre giurisdizioni, le aliquote dell'imposta sul carbonio possono essere determinate osservando le leggi fiscali nazionali. Inoltre, diverse organizzazioni internazionali hanno compilato prezzi del carbonio espliciti e impliciti nell'ambito delle politiche governative esistenti. La Banca mondiale fornisce dati aggiornati di ciascun sistema normativo nazionale e tendenze dei prezzi del carbonio.

L'OCSE ha recentemente pubblicato "tassi effettivi di carbonio" che indica i prezzi espliciti del carbonio (come i prezzi delle quote del sistema di scambio di quote di emissioni dell'UE) e i prezzi impliciti del carbonio (come le tasse sulla benzina e i mandati regolamentari). I prezzi attuali del carbonio sono utili, ma per costruire una strategia a lungo termine, le aziende devono anche fare previsioni sui futuri prezzi del carbonio. Al riguardo, un approccio collaborativo può aiutare. Nel 2017 il CDP (ex Carbon Disclosure Project) e la coalizione We Mean Business hanno creato l'iniziativa Carbon Pricing Corridors, che coinvolge le grandi aziende nell'individuare i livelli di prezzo del carbonio specifici del settore necessari per raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi. Ad esempio, nell'industria chimica i prezzi del carbonio per il 2020 dovrebbero variare da $30 a $50 per tonnellata, passando da $50 a $100 per tonnellata entro il 2035.

Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/impresa/contratti-dimpresa/quotidiano/2019/10/30/carbon-tax-rischiano-aziende

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