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SURE: uno strumento dell’UE per mitigare i rischi di disoccupazione

Offrire alle aziende in difficoltà economica a causa dell’epidemia da COVID 19 la possibilità di ridurre temporaneamente l'orario di lavoro dei dipendenti, salvaguardando il loro reddito grazie all’erogazione di un trattamento di integrazione salariale per le ore non lavorate. E’ l’obiettivo di Sure, il Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency, che si colloca tra le misure anti crisi proposte dall’UE, alla pari del Mes di cui ripropone lo schema del prestito agli Stati nazionali. Ma il Sure, seppure utile ad allentare le ristrettezze di bilancio dei singoli Stati, appare ancora lontano dal prefigurare una politica europea di intervento diretto e stabile a sostegno del reddito dei lavoratori…

Le prime risposte approntate dal Governo italiano sul versante del lavoro per fronteggiare le gravissime difficoltà in cui versa il Paese dimostrano che la crisi economica del 2008-2009 ha lasciato, pur con limiti che vanno riconosciuti, insegnamenti e qualche positiva eredità sul fronte della protezione sociale dei lavoratori in presenza di “emergenze” (economiche o sanitarie). Abbiamo infatti affrontato la necessità di sostenere il reddito dei lavoratori “eccedenti” a causa del virus COVID 19 con una strumentazione molto più ampia e collaudata rispetto a quella di cui disponevamo allora: mediante Cigo, Cigs, Cassa in deroga, FIS abbiamo avuto a disposizione un vasto set di strumenti (affinato progressivamente nel tempo, a partire dal D.L. n. 2/2009 e successivamente riordinato ad opera del D. Lgs. n. 148/2015) a cui il legislatore ha potuto affidarsi già a partire dai primi concitati momenti della presa d’atto della pandemia.

Non può però essere sottaciuto che questo composito insieme di misure ha rivelato ancora punti di debolezza (lavoratori che rimangono esclusi dalla protezione, farraginosità burocratiche e tempi lunghi nell’erogazione del sostegno al reddito, in specie per la cassa in deroga). L’eventuale riordino della legislazione statale in materia (a cui ha fatto cenno recentemente anche il Ministro del lavoro) va però incastonato nell’ambito di quanto sta emergendo sul piano europeo, visto che già un anno fa (sostanzialmente nella fase che ha preceduto le ultime elezioni europee) il Ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, ha lanciato l’idea di un fondo unico europeo di sussidi di disoccupazione e che nelle settimane scorse anche la Commissione europea ha varato una proposta di Regolamento del Consiglio per un nuovo strumento di sostegno al reddito denominato “SURE”.

Vi è dunque la possibilità, una volta superata l’emergenza, di rimettere a punto il nostro sistema di protezione sociale dei lavoratori in caso di eccedenze temporanee (quello basato sui vari tipi di “cassa integrazione”) o di eccedenze strutturali (ora basato sulla NASpI) inquadrandolo nel contesto delle misure-quadro comunitarie in gestazione.

Il nuovo strumento europeo di “sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione derivanti dall’emergenza provocata dalla pandemia di coronavirus”, è stato lanciato dalla Commissione europea il 2 aprile scorso ed è stato accolto positivamente dall’Eurogruppo nelle sedute del 23 aprile e dell’8 maggio 2020 (v. Consiglio europeo, Eurogroup Statement on the Pandemic Crisis Support, 8 maggio 2020).

Sure ha una finalità precisa ed invero originale nel panorama della strategia europea a sostegno dell’occupazione: esso è finalizzato a consentire il “finanziamento dei regimi di riduzione dell'orario lavorativo mirati ad attenuare gli effetti socio-economici negativi causati dalla pandemia di Covid19”. Siamo, dunque, in presenza di misure che non sembrano prefigurare sostegni al reddito in caso di disoccupazione ma sostegni al reddito per prevenire la disoccupazione, evitando, per quanto possibile, licenziamenti “per ragioni economiche”. E’ lo schema di intervento che noi italiani conosciamo bene, avendo da decenni esperienza di uno strumento che persegue proprio queste finalità: la cassa integrazione guadagni, istituto che, come è noto, consente all’impresa, pur in presenza di una eccedenza di manodopera accertata, di scegliere, in via temporanea, la sospensione del rapporto di lavoro al posto della cessazione del rapporto. Benchè lo schema abbia avuto la sua origine nel settore industriale, a partire dal 2009 la legislazione lo ha esteso, in forme omogenee ma non identiche, a nuove aree del mondo del lavoro subordinato.

Non si tratta di compiacersi della primogenitura in materia. E’ un dato oggettivo che molti Paesi europei, proprio per fronteggiare la crisi del 2009, hanno adottato, in forme diverse, interventi dello stesso tipo. Ricordo, per tutti, il “Kurzarbeit” tedesco, lo “Chomage partiel” francese e l’Expediente de Regulation Temporal de empleo (ERTE) spagnolo, istituti ora fortemente valorizzati dai rispettivi Governi per contrastare la crisi da corona-virus (v. in proposito i siti delle Agenzia pubbliche del lavoro dei tre Paesi: Bundesagentur fur arbeit, Pole-emploi e SEPE).

Come anticipato, l’obiettivo primario della proposta è quello di offrire alle aziende che stanno soffrendo di difficoltà economiche la possibilità di ridurre temporaneamente l'orario di lavoro dei loro dipendenti ma salvaguardando il reddito di questi ultimi (ai lavoratori infatti potrà essere erogato un sostegno al reddito per le ore non lavorate). Regimi analoghi di reddito sostitutivo potranno essere applicati anche ai lavoratori autonomi.

L’Unione, nell’intento di dare concretezza allo spirito di solidarietà che anima l’istituzione comunitaria, prevede di concedere “assistenza finanziaria per un importo fino a 100 miliardi di EUR in forma di prestiti agli Stati membri colpiti”; tali prestiti si baseranno su un sistema di garanzie fornite dagli stessi Stati membri. Queste risorse saranno utilizzabili dai singoli Stati per combattere le conseguenze economiche e sociali negative della pandemia di Covid-19 e più precisamente per coprire i costi direttamente connessi all'istituzione (ove il Paese fosse al momento sprovvisto di strumenti di questo tipo) o all'estensione (qualora misure simili fossero già presenti) di regimi nazionali di riduzione dell'orario lavorativo e di altre misure analoghe riguardanti i lavoratori autonomi”.

In generale possiamo affermare che i prestiti sopra illustrati serviranno ad aiutare gli Stati membri a far fronte all’imprevisto e repentino aumento della spesa pubblica conseguente ai sostegni al reddito erogati ai lavoratori. Nel caso italiano il prestito dovrebbe aiutare a coprire, in particolare, i maggiori costi derivanti dalle integrazioni salariali riconosciute per effetto del decreto Cura Italia (D. L. n. 18/2020 conv. dalla l. n. 27/2020) e del decreto Rilancio.

In Italia la proposta della Commissione sembra, al momento, essere stata accolta favorevolmente. Invero è stata presentata, forse un po’ superficialmente, come una sorta di Cassa integrazione europea ed in verità non è stata al centro di analisi approfondite, probabilmente perché la discussione politica si è concentrata su un altro intervento (il MES) che ha posto in ombra la proposta in esame.

In conclusione, possiamo chiederci se dalla proposta della Commissione emergano indicazioni che possono far sperare in un ruolo sempre più incisivo dell’Unione in campo sociale ed in particolare nella regolazione e nel finanziamento di misure di sostegno al reddito dei lavoratori in caso di sospensione dal lavoro per ragioni economiche od in caso di disoccupazione. In altri termini, Sure è l’embrione di uno nuovo strumento europeo (meglio, della Commissione) sul modello della nostra Cassa integrazione (dunque per dare continuità ai rapporti di lavoro anche in fasi di crisi ed allontanare il pericolo di licenziamenti)?

Al momento sembra presto per dirlo. In particolare, va sottolineato che Sure, nella versione attuale, sembra destinata ad operare temporaneamente come un Fondo che agisce mediante prestiti; pertanto non accollerebbe all’Unione altri costi che quelli relativi al reperimento sul mercato delle risorse finanziarie da prestare agli Stati. In secondo luogo, non si colgono nella proposta tentativi, nemmeno timidi, di avviare un processo di convergenza degli strumenti nazionali in essere.

Sure si colloca nell’ambito delle misure anti crisi predisposte dall’Unione (il Mes o Fondo salva Stati che prevede una linea di credito di 240 miliardi; l’apposito Fondo di garanzia da 25 miliardi costituito presso la BEI ed in grado di mobilitare risorse fino a 240 miliardi; a cui potrebbe aggiungersi, seppur con tempi più lunghi, il Recovery fund) e ripropone, come le misure fino ad ora definite, lo schema del prestito agli Stati nazionali.

Una proposta certamente utile, dunque, al fine di allentare temporaneamente le ristrettezze di bilancio dei singoli Stati (fonti governative stimano in circa 20 miliardi l’aiuto di cui potrebbe beneficiare l’Italia) ma ancora lontana dal prefigurare una politica europea di intervento diretto e stabile a sostegno del reddito dei lavoratori in occasione di sospensioni dal lavoro o di riduzioni di orario finalizzate ad evitare licenziamenti. Con SURE non siamo in presenza di uno strumento comunitario di intervento diretto ma di prestiti agli Stati affinchè possano rafforzare la potenza d’azione delle misure nazionali finalizzate all’erogazione di sussidi in caso di riduzione dell’orario di lavoro a causa del Covid-19.

Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/lavoro-e-previdenza/amministrazione-del-personale/quotidiano/2020/05/16/sure-strumento-ue-mitigare-rischi-disoccupazione

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