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Dopo la tragedia di Crans-Montana: che fare a tutela della sicurezza sul lavoro?

Che fare? Dopo la tragedia di Crans-Montana, è la domanda che tutti si stanno ponendo. Certo, dobbiamo arricchire gli organici e la professionalità degli organi di vigilanza. Ma non basta. In questi giorni la giustizia penale è più che mai al centro dell’attenzione. Ma c’è una misura di cui proprio si continua a non parlare oggi come ieri, e che invece considero più di ogni altra indispensabile: una Procura nazionale della sicurezza. Per più ragioni. Quali?

Che fare? Dopo la tragedia di Crans-Montana, è la domanda che tutti si stanno ponendo. E inevitabilmente torna alla memoria quel 13 febbraio 1983, a Torino. Al cinema Statuto stavano proiettando un film comico francese, “La capra”. Durante lo spettacolo delle 18.00 morirono 64 persone, anche bambini e adolescenti, a causa delle fiamme, dei gas, dei fumi tossici. In quel cinema, non venivano osservate le misure di sicurezza. Mancavano le vie di fuga. E, infatti, l'inchiesta sui morti si concluse in primo grado con più condanne. Ma si arenò in appello su una perizia volta a stabilire improvvidamente se l'incendio fosse di origine dolosa. Il risultato finale fu la prescrizione. E allora torniamo a chiederci: che fare? Certo, dobbiamo arricchire gli organici e la professionalità degli organi di vigilanza. Ma non basta. In questi giorni la giustizia penale è più che mai al centro dell’attenzione. Ma c’è una misura di cui proprio si continua a non parlare oggi come ieri, e che invece considero più di ogni altra indispensabile: una Procura nazionale della sicurezza. Per più ragioni. E la prima è proprio quella di affrontare le tragedie che continuano a verificarsi nel nostro Paese con indagini rapide e incisive. E questo è il primo insegnamento che ho tratto dalla tragedia dello Statuto. Troppo spesso i processi penali sui morti e sui disastri si fanno con una tale lentezza o superficialità che si concludono con la prescrizione del reato o addirittura con l’assoluzione. La conseguenza è devastante. Si diffonde un allarmante senso d’impunità, l’idea che le regole ci sono, ma che si possono violare senza incorrere in effettive responsabilità. E si diffonde tra le vittime e i loro parenti un altrettanto inquietante senso di giustizia negata. Non è un fenomeno soltanto italiano. Pensiamo proprio alla Svizzera. Il 13 febbraio 2024, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è pronunciata su un caso più che mai di grande attualità: morte nel 2006 per mesotelioma pleurico di un cittadino che aveva abitato a Niederurnen dal 1961 al 1972 nei pressi di una fabbrica dell’amianto, e che era stato esposto alle emissioni di amianto respirandone le polveri. I procedimenti instaurati davanti alle Autorità Giudiziarie svizzere non hanno consentito a questo cittadino e ai suoi congiunti di ottenere giustizia. Conclusione della Corte europea dei diritti dell’uomo: la prescrizione dell’azione promossa dalla vittima e dai suoi congiunti ha comportato una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”: dell’art. 6 § 1 (diritto a un processo equo) e dell’art. 6 § 1 (quanto alla durata della procedura davanti alle giurisdizioni nazionali). Dunque, una violazione dovuta al fatto che “lo Stato non ha ottemperato al suo obbligo di garantire la celerità delle procedure”. Con la conseguenza che la Svizzera è stata condannata a versare agli istanti 20.800 euro per danno morale e 14.000 per costi e spese. Leggendo questa pronuncia della CEDU, m’è tornata in mente una sentenza della Cassazione che si occupò di quattro responsabili aziendali condannati dalla Corte di appello per morti di amianto in un’industria della gomma. Perché - leggiamo in questa sentenza - “trascorso un certo lasso di tempo dalla commissione del fatto, stante l'attenuarsi delle esigenze di punizione, matura un diritto all'oblio in capo all'autore del reato". Per fortuna, la CEDU c’è! La strada maestra è quella di ridurre i tempi dei processi, prima di tutto a tutela delle vittime dei reati. Sono tante, sono troppe, in Italia, le oltre 120 procure della repubblica chiamate ad operare anche nel settore della sicurezza. Con questo risultato. Che vi sono procure della repubblica (poche) specializzate, e procure della repubblica (la maggior parte) non specializzate, e per di più con un organico a tal punto ridotto da impedire ai pochi magistrati presenti di farsi la competenza e l’esperienza necessarie. Ma c’è un secondo insegnamento che ci impartisce la storia del cinema Statuto. Un insegnamento prezioso per l'Italia, ma anche per la Svizzera e per ogni altro Paese. Quelle porte sbarrate del cinema Statuto mi turbarono. Nelle settimane seguenti si verificò quello che venne subito definito “l’effetto-Statuto”. Ci mettemmo al lavoro per verificare se le norme di sicurezza fossero rispettate in tutti i locali pubblici di Torino e dintorni. Controllammo discoteche, cinema, teatri, centri culturali, musei, qualsiasi luogo in cui affluiva il pubblico. Nel giro di un mese dalla tragedia, scoprimmo oltre 300 locali irregolari. Mancanza di licenza, inosservanza delle leggi che tutelano l’incolumità pubblica, omissione colposa, violazione delle norme di sicurezza, assenza del certificato di prevenzione incendi. Non mancava nulla all’elenco delle inadempienze. Come se la gran massa di norme che affollano il nostro ordinamento fosse una sorta di via libera per non farne rispettare nemmeno una. Ma attenzione. Gradualmente l’onda emotiva seguita alla tragedia dello Statuto cominciò a dileguarsi. La disapplicazione delle leggi è una costante italiana. Da noi si fanno spesso leggi di facciata, per poi relegarle in un limbo che spesso, prima ancora del magistrato, lascia nel dubbio il diretto destinatario, concede un facile pretesto a coloro che non hanno alcuna intenzione di applicarla. Tanto, poi, magari arriva la sanatoria. Mi ero mosso partendo da un semplice presupposto: mai più. Una tragedia come quella dello Statuto non doveva accadere mai più. Se è successo in un posto, chi ci assicura che non vi siano le stesse condizioni perché si ripeta in luoghi simili, per non dire identici? Continuo a ritenerlo un modo di procedere molto sano e razionale. E un modo di procedere che dovrebbe essere seguito in molti casi: svolgere finalmente in tutto il Paese azioni sistematiche e organiche di prevenzione in ordine ai problemi che maggiormente insidiano la sicurezza, anche traendo spunto dalle tragedie ormai consumate. Crolla un ponte o una gru o una funivia, scoppia un incendio in una discoteca o in un grande centro commerciale, accade un disastro su una linea ferroviaria. Occorre fare le indagini sullo specifico caso accaduto. Ma non basta. Occorre chiedersi e verificare: come stanno anche nelle altre zone del Paese gli altri ponti o gru o funivie o discoteche o centri commerciali o linee ferroviarie?Basilare sarebbe l’approccio di una procura nazionale, legittimata a promuovere finalmente dappertutto i necessari accertamenti. Anche perché non tutti sanno, persino in sede istituzionale, che un volume astruso come il codice di procedura penale può trasformarsi in una bacchetta magica. Perché almeno finora chiama i pubblici ministeri a svolgere attività d’indagine non solo a seguito di denuncia della polizia o della vittima, ma anche di propria iniziativa, magari traendo spunto da un articolo di giornale. Le inchieste che poi divennero comunemente note come “effetto Statuto” costituirono una vicenda istruttiva. Infatti, imparammo ben presto che l’emozione generale, inevitabile ricaduta di qualunque sciagura, è moneta falsa, non solo in Italia. Ci si commuove, si piange. Ma si continua a non voler vedere, almeno nei casi in cui i sentimenti contrastano con asseriti interessi superiori. All’inizio la nostra iniziativa suscitò un plauso generale. Sull’onda dell’emozione per quelle 64 vittime innocenti eravamo tutti con il cuore in mano. Ma nella primavera di quel 1983 eravamo già diventati dei rompiscatole. Peggio, degli esibizionisti. Rappresentanti delle categorie interessate parlarono di “caccia alle streghe”, dissero: «Si sta procedendo in modo scriteriato, sull’onda dell’emotività, insomma all’italiana, certi allarmismi, benché comprensibili, sono eccessivi». Ci fu una domenica in cui a Torino rimasero aperti solo due o tre cinema e teatri. Ma, a quel punto, bisognava essere chiari e fare delle scelte: è meglio evitare altri morti e sopportare delle spese, oppure il contrario? Se davvero tutti volevamo che non si ripetessero tragedie, era chiaro che bisognava pagare dei prezzi. Anche minimi, come l’eventuale rinuncia a una domenica al cinema. La situazione era grave. Cominciammo da benefattori e finimmo da reprobi. Si dimentica spesso una regola che ho imparato in quegli anni: bisogna ragionare prima con il senno di poi. Non dopo. Dietro all’etichetta, spesso ipocrita, di “disgrazie”, si nascondono dei reati, che abbiamo il dovere di perseguire. Nel luglio 1983 mandai a processo e feci condannare il gestore di una discoteca che aveva una capienza di circa trecento persone. Era un caso particolare: il locale, molto conosciuto, era aperto da una decina di anni nella più assoluta illegalità. Non c’era una prescrizione a tutela dell’incolumità pubblica che fosse stata osservata; mai era stato fatto e ovviamente mai era stato certificato il trattamento ignifugo delle strutture e degli arredi. Nel 1982, dopo un principio d’incendio, i Vigili del fuoco avevano riscontrato queste carenze. Il proprietario si era “scordato” di mettersi in regola.Criminalizzare non serve a nulla. Minimizzare, neppure. La salute dei cittadini rientra nelle priorità di una democrazia che ambisca a definirsi tale. A parole siamo tutti d’accordo. Nei fatti, meno. Copyright © - Riproduzione riservata

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Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/quotidiano/2026/01/10/tragedia-crans-montana-tutela-sicurezza-lavoro

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