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Il momento della pensione si sposta sempre più avanti: ma perché?

La legge di Bilancio 2026 ha previsto che, per accedere alla pensione di vecchiaia, i lavoratori dovranno attendere, dal 1° gennaio 2027, i 67 anni ed un 1 di età (salvo uscite anticipate) e dal 2028, i 67 anni e 3 mesi di età. Paradossalmente è una notizia confortante perché c’è di peggio: infatti, quanti non fossero riusciti a maturare a quell’età almeno 20 anni di contribuzione effettiva devono attendere già ora di aver compiuto 71 anni di età. La causa di tutto ciò? Un semplice coefficiente di trasformazione…

La legge di Bilancio 2026 e per il triennio 2026-2028 (legge n. 199 del 30 dicembre 2025) ha previsto che, per accedere alla pensione di vecchiaia, i lavoratori italiani dovranno attendere, dal 1° gennaio 2027, di aver raggiunto l’età di 67 anni ed un mese (salvo uscite anticipate) e che dal 2028, il requisito sarà ulteriormente innalzato, di modo che si andrà in pensione a 67 anni e 3 mesi.

Si tratta, a dirla tutta, di una notizia confortante perché c’è di peggio: infatti, quanti non fossero riusciti a maturare a quell’età almeno venti anni di contribuzione effettiva (ovvero non avessero versato contributi sufficienti al raggiungimento di una certo importo mensile) devono attendere già ora di aver compiuto 71 anni di età, di modo che l’incremento del requisito anagrafico introdotto dall’ultima legge di Bilancio porterà, dal 1° gennaio 2028, questi soggetti alla pensione alla stratosferica età di 71 anni e 3 mesi.

C’è di che essere spaventati da questa prospettiva, se non fosse che non si tratta di numeri scelti a caso dal Parlamento, ma di una precisa crescita dell’aspettativa di vita degli italiani residenti, rilevata direttamente dall’ISTAT sulla base dei dati anagrafici ufficiali.

In passato, l’età della pensione (di vecchiaia) veniva individuata solo dalla legge e la misura del trattamento dovuto rimaneva invariata, quale che fosse il momento in cui i singoli lavoratori accedevano alla pensione. Veniva così incentivata l’uscita anticipata (c.d. pensione d’anzianità), poiché, in tali casi si veniva sì a godere, nell’assegno mensile, di una pensione di importo minore rispetto al massimo astrattamente raggiungibile, ma il beneficio era per il pensionato sicuramente superiore nel suo complesso, poiché la pensione veniva corrisposta per un numero di mensilità maggiore rispetto a quello, invece, ipotizzato dalla legge per l’uscita regolare. E tali anticipi, che già allora destavano polemiche quanto ai costi sopportati dall’ente previdenziale, appaiono sbalorditivi agli occhi dell’osservatore contemporaneo, ove si pensi che, ancora quarant’anni fa, nel pubblico ci si poteva ritirare prima dei 40 anni e nel privato poco dopo i 50.

Nel sistema contributivo introdotto con la ormai lontana riforma “Dini” (legge 8 agosto 1995, n. 335), l’assegno mensile della pensione risulta ora dalla somma dei contributi versati nell’arco dell’intera carriera lavorativa, opportunamente rivalutati sulla base di un indice collegato in buona sostanza all’incremento del PIL (“montante”), cui si applica un coefficiente di trasformazione, determinato dalla legge stessa in ragione dell’età anagrafica del beneficiario. Il coefficiente rappresenta, quindi, il numero di mensilità di cui, presumibilmente, verrà a godere il pensionato, sulla base della sua speranza di vita: esso rappresenta quindi un divisore più elevato, quanto minore è l’età del pensionato (in questo modo chi sceglie di ritirarsi prima gode, a parità di condizioni, di un assegno di importo inferiore, rispetto a chi prolunga la sua attività).

Il sistema mira, quindi, a garantire l’invarianza in termini di costo dell’opzione individuale, lasciando alla libertà dei singoli la scelta quanto al momento in cui andare in pensione, mentre restano sullo sfondo gli anni complessivamente lavorati, posto che il valore del montante è dato dalla somma matematica dei versamenti mensili, opportunamente rivalutati.

Inizialmente i coefficienti erano stabiliti direttamente dalla stessa legge n. 335/1995, in un arco che variava dai 57 a 65 anni: dopo la crisi dei mutui subprime dell’estate 2008 (che condusse tre anni dopo alla riforma “Fornero”, varata da un governo “tecnico”), i coefficienti vengono regolarmente aggiornati con provvedimento amministrativo, collegato alle rilevazioni ISTAT, e sono riferiti ad un intervallo che va dai 57 (per le pensioni dovute ad inabilità sopravvenuta) a 71 anni.

In questo senso, l’aumento ora fissato dalla legge di Bilancio 2026 non rappresenta che l’ultima tappa di una crescita sempre costante, salvo che per gli anni del COVID, quando pure si è registrata una riduzione sensibile, che tuttavia è stata superata con un balzo di quasi otto mesi nell’ultimo biennio.

Ed infatti, con un decreto del MEF del 19 dicembre 2025 (adottato d’intesa con il Ministero del Lavoro ed intitolato all’Adeguamento dei requisiti pensionistici all'incremento speranza di vita), si prevedeva che, già dal 1° gennaio 2027, i requisiti di accesso fossero ulteriormente incrementati di tre mesi e si deve solo all’intervento della (di poco) posteriore legge di Bilancio se questo incremento è stato ridotto di due mesi e posticipato (di due anni).

Qualche dato ulteriore può aiutare a comprendere di che cosa si sta parlando.

Innanzitutto, si deve ricordare che i dati della composizione anagrafica dell’Italia non hanno paragone nel mondo, poiché in nessun paese si vive così a lungo (anche se, com’è noto, il tasso di natalità è in costante discesa da oltre 60 anni, di modo che si è passati dal milione del 1965, a solo 380.000 nascite nel 2024, includendo in questo dato tutti i nati nei confini nazionali, indifferentemente dalla loro nazionalità).

In secondo luogo, si deve far presente che, poiché la speranza di vita è un divisore della somma totale dei contributi versati all’INPS, essa viene calcolata in maniera indifferenziata per sesso: ed infatti, ove si applicassero valori diversi, le donne, che vivono circa otto anni in più, verrebbero a godere di pensioni di importo notevolmente minore rispetto agli uomini.

Infine, si deve ricordare che l’età presa a riferimento ai fini delle variazioni è quella di 65 anni, poiché il valore statistico non è sempre uguale a sé stesso, in quanto il traguardo di riferimento si sposta in avanti al crescere dell’età anagrafica. In questo senso, a norma della disciplina vigente, mente l’aspettativa di vita per una persona di 60 anni è pari a 22,15, essa si riduce in maniera non proporzionata per un soggetto di 70 anni, che si vede riconosciuta una aspettativa pari a 16,09 (per un totale di oltre 86 anni). Si tratta di un dato che tiene ovviamente conto della composizione per sesso degli italiani che raggiungono quel limite (in percentuale assai maggiore formato da donne, rispetto agli uomini), ma che fa registrare una crescita sempre robusta e sostenuta, ove si tenga conto che, ancora nel 2011, il valore corrispondente era pari a 15,29 (e cioè quasi un anno in più).

Insomma, se si va in pensione sempre più tardi è perché si vive sempre più a lungo!

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Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/quotidiano/2026/02/14/pensione-sposta-avanti-perche

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