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Divario reddituale di genere nelle professioni: la parità arretra

Il divario reddituale tra uomini e donne continua a rappresentare una delle principali criticità del mercato del lavoro italiano e si manifesta in modo evidente anche nel mondo delle libere professioni. Un’analisi dell’Osservatorio delle libere professioni, basata sui dati Adepp, evidenzia come negli ultimi dieci anni la distanza tra redditi maschili e femminili non solo non si sia ridotta, ma abbia registrato un progressivo ampliamento. L’Indice di parità reddituale nelle professioni (IPRP), che misura il rapporto tra reddito medio femminile e maschile, mostra infatti una diminuzione significativa tra il 2014 e il 2024. Il fenomeno presenta inoltre differenze rilevanti in relazione all’età, al territorio e alle diverse categorie professionali, delineando un quadro ancora lontano da un’effettiva parità economica

L’approfondimento dell’Osservatorio delle libere professioni, diffuso il 6 marzo 2026 e basato sui dati delle Casse di previdenza raccolti da Adepp, ha analizzato l’andamento del divario reddituale di genere attraverso un indicatore specifico: l’Indice di parità reddituale nelle professioni (IPRP). Tale indice esprime il reddito medio delle professioniste come percentuale del reddito medio dei colleghi uomini, consentendo di misurare in modo immediato il grado di equilibrio economico tra i due generi. L’analisi evidenzia un dato particolarmente significativo: negli ultimi dieci anni il divario reddituale tra professionisti e professioniste non si è ridotto, ma ha registrato un progressivo ampliamento. L’IPRP, infatti, passa dal 59,8% nel 2014 al 53,7% nel 2024, indicando che le donne percepiscono mediamente poco più della metà del reddito dei colleghi uomini. Questo andamento dimostra come il percorso verso una piena parità economica nelle professioni sia ancora lungo e complesso. Nel dettaglio, l’indice registra una prima riduzione già tra il 2014 e il 2015, con una diminuzione di circa un punto percentuale. Negli anni successivi la tendenza negativa prosegue: nel 2017 si registra un ulteriore calo, seguito da una progressiva riduzione fino al 2018, quando l’indice si attesta intorno al 55%. Il valore rimane sostanzialmente stabile fino al 2021, mentre il biennio 2022-2023 evidenzia un nuovo peggioramento che porta l’indice al minimo storico del 53,3%. Solo nel 2024 si osserva un lieve miglioramento, che tuttavia non modifica il quadro generale di persistente disparità. Distinzione anagrafica L’analisi dei dati consente inoltre di individuare differenze significative in relazione all’età dei professionisti. Il maggiore equilibrio reddituale si registra tra i più giovani: nella fascia fino a 30 anni le donne percepiscono circa il 74,2% del reddito maschile. Con l’avanzare dell’età, tuttavia, il divario tende ad ampliarsi. Nelle fasce centrali della carriera professionale – in particolare tra i 41 e i 50 anni – si registra il livello di squilibrio più elevato, con un indice che scende al 52%. Questo dato evidenzia come il gap reddituale tenda ad accentuarsi nelle fasi di maggiore sviluppo professionale e reddituale. Dimensione territoriale Anche la dimensione territoriale mostra differenze rilevanti. I dati indicano livelli di parità leggermente più elevati nel Mezzogiorno rispetto al Nord e al Centro, sebbene il divario rimanga significativo in tutte le aree del Paese. Tale variabilità territoriale riflette probabilmente differenze nella struttura del mercato professionale, nelle opportunità economiche e nelle dinamiche di accesso alle professioni. Confronto tra categorie professionali Un ulteriore elemento di interesse riguarda il confronto tra le diverse categorie professionali. I dati delle Casse previdenziali evidenziano una forte eterogeneità nei livelli di parità reddituale. Alcune professioni mostrano valori relativamente elevati dell’indice, come nel caso degli psicologi, dove il reddito femminile raggiunge quasi l’80% di quello maschile, e degli infermieri, con valori prossimi al 78%. Anche altre categorie, tra cui periti agrari, biologi e consulenti del lavoro, presentano livelli di parità superiori al 70%. Al contrario, in alcune professioni il divario rimane particolarmente marcato. Tra gli avvocati, ad esempio, il reddito medio delle donne è pari a meno della metà di quello degli uomini, con un indice di circa il 49,7%. Anche tra commercialisti e ingegneri si registrano livelli di parità appena superiori al 50%, segnalando la presenza di forti squilibri economici. Questi dati dimostrano come il divario reddituale di genere nelle libere professioni sia un fenomeno complesso, influenzato da molteplici fattori. Tra questi rientrano la distribuzione delle opportunità professionali, le differenze nei percorsi di carriera, il diverso accesso alle posizioni più remunerative e, in alcuni casi, la persistenza di modelli organizzativi che possono penalizzare la partecipazione femminile. La questione della parità di genere, inoltre, non rappresenta soltanto un tema di equità sociale, ma costituisce anche un elemento fondamentale per la crescita economica e lo sviluppo sostenibile. Non a caso le Nazioni Unite hanno inserito l’uguaglianza di genere tra i principali obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Copyright © - Riproduzione riservata

Osservatorio libere professioni, ricerca Parità reddituale nelle professioni, 06/03/2026

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Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/quotidiano/2026/03/07/divario-reddituale-genere-professioni-parita-arretra

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