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Consulenti del Lavoro: aziende e dipendenti “inattivi”, analisi della situazione emergenziale

Sono 7 milioni 810 mila il numero dei lavoratori italiani interessati dal blocco delle attività previsto dal DPCM del 22 marzo 2020, che ha ampliato sensibilmente la platea degli occupati costretti a rimanere a casa per decreto. È quanto emerge dal report pubblicato dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. Secondo i dati elaborati, l’industria lascia complessivamente a casa 6 lavoratori su 10, mentre per i servizi il blocco interessa poco più di un quarto dei lavoratori. Diverse anche le condizioni su base regionale dell’impatto occupazionale: complessivamente, su 100 lavoratori bloccati dal decreto, 56 sono al Nord (20,6% in Lombardia), 20 al Centro e 24 al Sud.

La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha pubblicato in data 31 marzo 2020 i l focus “Emergenza Covid-19: l’impatto su aziende e lavoratori secondo i Consulenti del Lavoro”, che riporta i risultati dell’indagine condotta tra il 23 e il 25 marzo 2020 su 4.463 iscritti all’Ordine, con l’obiettivo di valutare le conseguenze della pandemia sul tessuto produttivo italiano.

Circa 8 milioni 434 mila lavoratori dipendenti non possono svolgere la propria attività di lavoro, in ottemperanza del fermo imposto dai DPCM dell’11 e 22 marzo scorso

I restanti 4 milioni 384 mila lavoratori dipendenti (il 34,2%), invece, continuano a lavorare: nel 17,2% dei casi principalmente o in via esclusiva da casa (2 mln 205 mila), in un altro 17% in sede (2 mln e 179 mila). Risulta essere sospeso il 65,9% delle attività imprenditoriali italiane: in particolare, nelle regioni del Nord Italia, la quota delle attività sospese è stimata al 65,7%, mentre al Centro e al Sud del Paese, la percentuale si colloca rispettivamente al 67,4% e 65,4%.

Della restante parte di aziende ancora in attività (34,5%), solo l’11,5% continua a lavorare come prima, mentre il 23% segnala comunque un rallentamento del lavoro.

Il 41,5% dei professionisti dichiara di avere riscontrato comportamenti anomali da parte delle organizzazioni sindacali nelle procedure di accesso alla Cigo o Cig in deroga che vanno dall’applicazione di istituti contrattuali non coerenti alla richiesta di tesseramenti e la richiesta di pagamento di oneri per i servizi resi. Le aziende hanno per lo più cercato di adottare un “mix” di misure tra lavoro in presenza, lavoro da casa e ricorso a ferie e permessi, in modo da “diluire” la presenza in sede e ridistribuire i costi dell’emergenza sull’intera comunità aziendale.

“Gli intoppi che si verificano nelle richieste di accesso agli ammortizzatori sociali si aggiungono alle numerose difficoltà riscontrate dai Consulenti del Lavoro in questo delicato momento – sottolinea la Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Marina Calderone – che li vede anche alle prese con i rallentamenti del sito dell’Inps, preso d’assalto per le richieste di ammortizzatori sociali ma anche dei bonus previsti dal dl ‘Cura Italia’, e con la necessità di predisporre un’informativa sindacale che non è utile, vista la causale ‘Covid-19 nazionale’ adottata per far fronte all’emergenza”. “Disguidi che allungano i tempi per l’elargizione degli strumenti di sostegno al reddito ai numerosi lavoratori italiani in attesa. Urgono semplificazione e rapidità”, conclude la Presidente.

Limitato a poco più del 10% il ricorso allo smartworking, con le regioni settentrionali che registrano una percentuale leggermente più alta (13,2%).

Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, focus “Emergenza Covid-19: l’impatto su aziende e lavoratori secondo i Consulenti del Lavoro” 31/03/2020

Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/lavoro-e-previdenza/amministrazione-del-personale/quotidiano/2020/04/01/consulenti-lavoro-aziende-dipendenti-inattivi-analisi-situazione-emergenziale

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