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Anche l’Italia (ora) deve per legge reprimere il lavoro “forzato”

La legge 10 aprile 2026, n. 60 ha ratificato il Protocollo dell’11 giugno 2024, che aggiorna la convenzione n. 29 sul lavoro forzato e obbligatorio, stipulata in seno all’OIL oramai quasi cento anni fa. Tanto il Protocollo del 2014, quanto le norme più antiche, sono entrate a far parte di un gruppo di convenzioni attraverso le quali si sta venendo a creare uno standard condiviso a livello internazionale, per garantire che a tutti i lavoratori sia assicurato un lavoro “decente”. Pertanto, i Paesi che non rispettino le previsioni di questo gruppo di convenzioni (che oramai ne annovera una decina) devono cominciare a considerarsi come soggetti che non partecipano a pieno titolo alle relazioni internazionali, in quanto non condividono il core labour standards che ogni ordinamento è chiamato ad assicurare ai propri cittadini per il solo fatto di aver aderito all’OIL. Il Protocollo impone chiaramente all’Italia, e a tutti gli Stati che lo hanno ratificato, di considerare tutti i lavoratori, ed anche gli “irregolari”, come “vittime” del lavoro forzato e, conseguentemente, impegna gli apparati di controllo a prevenire il compiersi di irregolarità.

Capita di guardare in televisione, nelle calde serate dell’estate 2026, le partite del mondiale di calcio e capita di accorgersi che le distanze fra i tanti Paesi del mondo si sono fatte sempre più brevi, tanto che le squadre più blasonate fanno spesso fatica a stare al passo di tante nazioni piccole e poco conosciute.Non si tratta di un fenomeno isolato, perché anche nell’ambito della regolazione del lavoro le differenze fra gli Stati si sono andate sempre più riducendo: infatti, al pari che nel calcio, i Paesi più avanzati hanno rivisto “al ribasso” le tutele un tempo assicurate ai propri lavoratori, mentre, anche grazie al diffondersi di condizioni di benessere, Paesi che prima poco si preoccupavano di garantire i diritti dei lavoratori, iniziano ora a godere di legislazioni più protettive.Questa riflessione sorge in modo quasi spontaneo dopo aver esaminato la recente legge 10 aprile 2026, n. 60 che ha ratificato il Protocollo dell’11 giugno 2024, che aggiorna la convenzione n. 29 sul lavoro forzato e obbligatorio, stipulata in seno all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) oramai quasi cento anni fa.Tanto il Protocollo del 2014, quanto le norme più antiche, sono entrate a far parte di un gruppo di convenzioni (che attengono ad es. alla protezione della libertà sindacale e al diritto alla contrattazione collettiva, al divieto di discriminazioni, nonché alla repressione del lavoro minorile), attraverso le quali si sta venendo a creare uno standard condiviso a livello internazionale, che mira a garantire che a tutti i lavoratori sia assicurato un lavoro “decente”.Ne discende che i Paesi che non rispettino le previsioni di questo gruppo di convenzioni (che oramai ne annovera una decina) devono cominciare a considerarsi come soggetti che non partecipano a pieno titolo alle relazioni internazionali, in quanto non condividono quei diritti minimi (core labour standards) che ogni ordinamento è chiamato ad assicurare ai propri cittadini per il solo fatto di aver aderito all’OIL.In altri termini, lo Stato che non si impegni a rispettare e a far rispettare quei diritti è come se decidesse di collocarsi a margine della comunità internazionale, perché oramai, come nel calcio, si fa fatica a distinguere fra Paesi a più antica vocazione democratica e Paesi “in via di sviluppo”.Alla luce di queste premesse, bisogna allora dire che il Protocollo relativo alla Convenzione dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) n. 29 sul lavoro forzato e obbligatorio, che è stato ora ratificato con la legge n. 60/2026, entrando così a far parte a pieno titolo della legislazione italiana, prevede una serie di impegni tutt’altro che secondari nei confronti del lavoro “forzato” e cioè di quei lavoratori che, per le condizioni di estrema deprivazione materiale in cui si trovano ad effettuare la propria prestazione, sono da considerare alla stregua di moderni schiavi. Questa terminologia non deve stupire, poiché essa è adottata da molti i Paesi europei (si pensi a riguardo che una legge inglese del 2015 porta proprio questo nome: “Modern slavery Act”) anche se con riguardo, non già a fenomeni che si realizzino entro i confini nazionali, perché fa invece riferimento alle c.d. “catene del valore” e cioè al fenomeno che conduce molte imprese europee, anche rinomate, a delocalizzare una parte importante della propria produzione nei Paesi più poveri, sfruttando così le condizioni di povertà in cui vivono i lavoratori locali.Al contrario, il Protocollo, ora ratificato, impone agli Stati membri dell’OIL di reprimere ogni forma di lavoro forzoso che si realizzi all’interno dei propri confini, imponendo (art. 1, paragrafo 2) ai singoli Stati di adottare un piano di azione per combattere il lavoro “forzato” coinvolgendo, oltre che gli ispettorati del lavoro, anche le organizzazioni sindacali e le associazioni imprenditoriali. Il riferimento va, come è chiarito in maniera trasparente dall’art. 4 del Protocollo, soprattutto agli immigrati, ai quali ogni Stato, indipendentemente dalla circostanza che questi risiedano o meno legalmente sul proprio territorio, deve garantire il diritto ad un risarcimento appropriato ed effettivo per i danni patiti per la prestazione lavorativa che sia stata resa “forzatamente”.In altri termini, il Protocollo impone chiaramente all’Italia, e a tutti gli Stati che lo hanno ratificato, di considerare tutti i lavoratori, ed anche gli “irregolari”, come “vittime” del lavoro forzato e, conseguentemente, impegna gli apparati di controllo a prevenire il compiersi di irregolarità, assicurando anche che nessuno di costoro possa essere chiamato a rispondere delle attività illecite commesse “in diretta conseguenza dello stato di soggezione in cui si trovavano”.Si tratta di tutelare non solo la libertà dei singoli, ma anche i loro diritti al giusto salario, al riposo e ad un ambiente di lavoro salubre. Impegni, come si può vedere, che sono stati ora assunti in forza di una espressa previsione di legge, la quale, in ragione della sua specialità, non solo dovrebbe spingere verso un ripensamento delle politiche di immigrazione praticate negli ultimi decenni, ma che potrebbe anche comportare la sopravvenuta abrogazione, per incompatibilità, delle tante misure del nostro sistema che sono poco interessate a proteggere, sia i lavoratori nazionali, sia i tanti immigrati irregolari che, come hanno dimostrato i più recenti fatti di cronaca, rischiano di morire atrocemente quando si ribellino ai sistemi mafiosi di origine etnica che ne controllano la quotidiana attività di lavoro.Copyright © - Riproduzione riservata

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Fonte: https://www.ipsoa.it/documents/quotidiano/2026/07/11/italia-ora-legge-reprimere-lavoro-forzato

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